L’ultimo rapporto sulla sussidiarietà svela un’Italia spaccata: il 10% dei cittadini rinuncia alle cure. Il Ministro punta sulle Case di Comunità per salvare l’universalismo del Sistema Sanitario Nazionale.
In Italia, la longevità rischia di diventare un privilegio legato alla residenza e al titolo di studio, piuttosto che un diritto garantito a tutti. È questo il monito lanciato dal Ministro della Salute, Orazio Schillaci, durante la presentazione alla Camera del rapporto “Sussidiarietà e… salute”. I dati raccolti dalla Fondazione per la sussidiarietà descrivono un Paese in cui l’universalismo sanitario sta perdendo terreno, lasciando spazio a profonde fratture sociali e territoriali.
La rinuncia alle cure: un’emergenza invisibile
Le statistiche presentate sono impietose: quasi un cittadino su dieci si vede costretto a posticipare o annullare visite e interventi necessari. Le cause sono ormai note, ma non per questo meno gravi: barriere economiche insormontabili, liste d’attesa infinite e la crescente difficoltà logistica nell’accedere alle strutture. Se si guarda alle fasce di popolazione più deboli, la percentuale di chi alza bandiera bianca raddoppia, superando il 20%.
C’è poi un dato che scuote le coscienze: il divario di mortalità basato sull’istruzione. Chi possiede solo la licenza elementare registra una mortalità evitabile di circa 40 decessi ogni 10 mila abitanti, esattamente il doppio rispetto ai laureati, che si fermano a quota 20. Una disparità che entra in rotta di collisione con l’articolo 32 della nostra Costituzione.
Un sistema che arretra: anziani e cronicità
Il Ministro ha evidenziato come la frammentazione dei servizi renda quasi impossibile una gestione efficace delle patologie croniche. Il quadro della fragilità è allarmante:
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4 milioni di over 65 vivono in condizioni di non autosufficienza.
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L’assistenza domiciliare riesce a raggiungere appena il 30% di chi ne avrebbe bisogno.
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La spesa sanitaria pagata di tasca propria dalle famiglie è salita al 25,7% del totale, con quasi il 9% dei nuclei familiari che deve affrontare spese definite “catastrofiche” per curarsi.
La strategia: Case di Comunità e telemedicina
Per invertire la rotta, la ricetta di Schillaci passa per i fondi del PNRR destinati alle Case di Comunità. Non si tratta solo di nuove costruzioni, ma di un investimento sul personale che vedrà stanziamenti crescenti: 250 milioni di euro nel 2025 e 350 milioni dal 2026. L’idea è quella di decongestionare i pronto soccorso spostando l’attenzione dall’ospedale al territorio, sfruttando la telemedicina e creando punti di accesso unici per i pazienti più fragili.
Verso un nuovo patto sociale
Il rapporto non si limita a fotografare il disastro, ma propone una via d’uscita basata su un nuovo “patto sociale”. Le richieste sono chiare: un piano pluriennale di assunzioni con stipendi competitivi, criteri di finanziamento basati sulla reale presa in carico del paziente e una regolamentazione ferrea del privato accreditato, che deve essere valutato non solo per le prestazioni fornite, ma per la sua capacità di ridurre le disuguaglianze.
Secondo Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione, la sfida non è scegliere tra pubblico e privato, ma garantire una regia pubblica forte in grado di governare il sistema. In ballo c’è la promessa originale del nostro SSN: curare tutti, senza guardare al portafoglio o alla via in cui si abita.







