L’idea di intervenire sull’intestino attraverso le parole può sembrare insolita. Eppure, la sindrome dell’intestino irritabile, tra le cause più frequenti di consulto gastroenterologico, è caratterizzata proprio dall’assenza di lesioni visibili. Non si riscontrano necessariamente infiammazioni o danni alla mucosa, ma persistono sintomi come dolore, gonfiore e irregolarità intestinale. Oggi questa condizione viene classificata tra i disturbi dell’interazione intestino-cervello. Una definizione che mette in evidenza il legame tra i due organi e suggerisce una possibile strada terapeutica: intervenire sulla comunicazione tra intestino e sistema nervoso. È questo il principio alla base dell’ipnoterapia intestinale, una tecnica sviluppata circa quarant’anni fa in un ospedale inglese e sostenuta da un numero crescente di studi scientifici.

Le prime ricerche risalgono al 1984, quando il gastroenterologo Peter Whorwell pubblicò su The Lancet uno studio controllato condotto su 30 pazienti con forme gravi di intestino irritabile, resistenti ai trattamenti disponibili. I risultati mostrarono un miglioramento significativo tra coloro che avevano seguito sette sedute di ipnosi mirata all’intestino, mentre nel gruppo sottoposto a psicoterapia di supporto con placebo i benefici erano quasi assenti. Le dimensioni ridotte dello studio suscitarono inizialmente scetticismo, ma negli anni successivi il protocollo sviluppato a Manchester è stato oggetto di ulteriori approfondimenti. Un’analisi del 2003, realizzata su 204 pazienti, rilevò una risposta positiva al trattamento nel 71% dei casi. Tra coloro che avevano ottenuto benefici, l’81% li manteneva fino a sei anni dopo. Nel 2019, il trial olandese IMAGINE, condotto su 354 pazienti, fornì ulteriori risultati. A un anno dal trattamento, un sollievo adeguato dai sintomi era stato registrato nel 41% dei pazienti sottoposti a sedute individuali e nel 50% di quelli che avevano partecipato a sedute di gruppo. Nel gruppo di controllo, la percentuale era invece del 23%. Si tratta di risultati che non indicano un’efficacia universale, ma che mostrano benefici paragonabili a quelli ottenuti con numerosi trattamenti farmacologici, con effetti che possono mantenersi nel tempo. Un confronto significativo è stato condotto in Australia dalla Monash University, lo stesso centro che ha sviluppato la dieta a basso contenuto di FODMAP, oggi tra gli approcci utilizzati per trattare la sindrome dell’intestino irritabile. Nel 2016, i ricercatori hanno suddiviso 74 pazienti in tre gruppi: uno sottoposto a ipnoterapia, uno a dieta FODMAP e un terzo a entrambi gli interventi. Dopo circa sei settimane, quasi sette partecipanti su dieci in ciascun gruppo avevano registrato un miglioramento. I benefici si mantenevano anche a sei mesi di distanza. Le differenze riguardavano soprattutto gli aspetti psicologici: una riduzione significativa di ansia e depressione era stata osservata soltanto tra i pazienti trattati con ipnoterapia. La combinazione con la dieta, inoltre, non aveva prodotto benefici aggiuntivi rispetto ai singoli interventi. Sebbene il numero dei partecipanti fosse limitato, i risultati suggeriscono una possibile alternativa per chi incontra difficoltà nel seguire una dieta restrittiva o teme che possa limitare eccessivamente la varietà degli alimenti consumati. In che modo una suggestione può modificare la percezione di un organo? Una possibile spiegazione riguarda l’ipersensibilità viscerale, ovvero la tendenza a percepire come dolorosi stimoli intestinali che normalmente non provocherebbero lo stesso disagio. Nel 2003, un gruppo di ricercatori di Manchester ha misurato la sensibilità rettale prima e dopo il trattamento, osservando che l’ipnoterapia tendeva a riportarla verso valori normali. Anche gli studi condotti attraverso la risonanza magnetica funzionale hanno suggerito che, dopo le sedute, il cervello possa rispondere diversamente agli stimoli provenienti dall’intestino, come se riuscisse a filtrarli in maniera più efficace. Le ricerche coinvolgono ancora un numero limitato di pazienti e i meccanismi alla base di questi effetti non sono stati chiariti completamente. Le osservazioni disponibili, tuttavia, indicano una possibile direzione: l’ipnosi non interviene direttamente sull’intestino, ma sul modo in cui il cervello riceve e interpreta i segnali provenienti dall’apparato digerente. Un aspetto importante da chiarire è che l’efficacia dell’ipnoterapia non significa che la sindrome dell’intestino irritabile sia un disturbo esclusivamente psicologico. I sintomi sono reali e, proprio perché possono derivare da un’alterazione della comunicazione tra intestino e sistema nervoso, possono essere affrontati intervenendo su entrambi gli aspetti di questa relazione.

L’ipnoterapia intestinale non ha a che fare con la perdita di controllo o con le pratiche di intrattenimento, ma consiste in un percorso strutturato che prevede generalmente da sei a dodici sedute, spesso accompagnate da registrazioni audio da ascoltare a casa. Una delle principali difficoltà riguarda oggi l’accessibilità del trattamento. In Italia, i professionisti formati secondo protocolli validati sono ancora pochi. Le modalità digitali e le sedute di gruppo potrebbero rappresentare una possibilità per estendere l’accesso alla terapia anche al di fuori dei centri specializzati.

Fonte (salute.it)