Il progetto italiano “VitaDwaste”, coordinato dall’Università di Camerino in collaborazione con ENEA, CNR e diverse università, ha messo a punto un metodo rivoluzionario e a basso impatto ambientale per trasformare gli scarti del pesce azzurro in preziosi integratori alimentari. Ogni anno, circa il 5% del pescato di specie come sardine e sgombri (decine di migliaia di tonnellate nel solo Mediterraneo) non raggiunge le tavole e viene considerato scarto: oggi, grazie a questa tecnologia, queste eccedenze diventano una miniera di Vitamina D3 e Omega-3.
Il cuore dell’innovazione risiede nell’utilizzo dell’anidride carbonica supercritica. A differenza dei metodi tradizionali che impiegano solventi chimici potenzialmente inquinanti o tossici, questa “tecnologia verde” utilizza la CO2 in uno stato fisico intermedio tra gas e liquido per estrarre le biomolecole con estrema efficienza e sicurezza. I test condotti nei centri ENEA di Trisaia e Casaccia hanno confermato che il processo è pronto per il salto su scala industriale, offrendo una soluzione sostenibile per ridurre gli sprechi del settore ittico, che possono raggiungere punte del 70% durante la lavorazione.
La portata della scoperta è rilevante anche per la salute pubblica: circa il 40% della popolazione europea soffre di carenza di Vitamina D, essenziale per la salute delle ossa e del sistema immunitario. Il recupero di questi nutrienti dagli scarti della pesca non solo aggiunge valore economico a un rifiuto, ma fornisce una fonte naturale di micronutrienti rari nella dieta comune. I prossimi passi prevedono la produzione di massa degli estratti per avviare trial clinici presso l’Università di Bologna, aprendo la strada a una nuova generazione di prodotti nutraceutici nati dal mare.






