ROMA – Potrebbe non essere così “pulito” come l’industria ci ha fatto credere. Il bismuto, metallo promosso come sostituto ecologico del piombo, è finito sotto la lente d’ingrandimento dei ricercatori italiani. Uno studio pubblicato su Science of The Total Environment rivela una realtà preoccupante: questo elemento si accumula negli organismi acquatici, rischiando di risalire la catena alimentare fino a noi.
La ricerca è stata condotta da un team d’eccellenza composto da ENEA, CNR-IRET, Sapienza Università di Roma e Università della Tuscia, nell’ambito del PNRR.
Le “sentinelle” dell’acqua: Chi rischia di più?
I ricercatori hanno analizzato l’impatto del metallo su due specie fondamentali per l’equilibrio dei nostri fiumi e laghi:
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La Lenticchia d’Acqua (Lemna minor): Questa minuscola pianta galleggiante è risultata estremamente tollerante. Nonostante accumuli grandi quantità di bismuto, non mostra danni alla crescita o alla fotosintesi, attivando probabilmente un meccanismo interno di controllo.
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Il Crostaceo (Echinogammarus veneris): A differenza della pianta, questo piccolo abitante dei fondali è vulnerabile. Anche a basse concentrazioni, il bismuto causa danni al DNA del crostaceo, che funge da preda per pesci, anfibi e uccelli, facilitando il passaggio del contaminante a specie superiori.
Un pericolo invisibile: Dalla cosmetica alle armi
Sebbene sia un metallo raro in natura, l’attività umana ne sta aumentando drasticamente la presenza nell’ambiente. Ma da dove arriva tutto questo bismuto?
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Cosmetica: Usato per dare l’effetto perlato a ombretti e fondotinta.
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Medicina: Impiegato per ulcere gastriche, ustioni e come agente diagnostico avanzato.
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Industria e Trasporti: Presente nelle polveri industriali, nei residui di armi da fuoco e nei fuochi d’artificio.
Tracce di bismuto sono già state rinvenute persino nei ghiacci alpini e nei fanghi di depurazione delle città, segno di una diffusione ormai globale.
Perché dobbiamo preoccuparci?
Il rischio principale riguarda il bioaccumulo. Se una pianta o un piccolo crostaceo “fanno il pieno” di metallo senza morire subito, diventano un veicolo tossico per chiunque se ne nutra.
“Il bismuto merita maggiore attenzione come contaminante emergente,” avverte Valentina Iannilli, ricercatrice ENEA. “I nostri studi precedenti hanno mostrato danni persino nel crescione, una pianta commestibile, dove il metallo inibisce la crescita delle radici e danneggia il DNA”.
Un ulteriore segnale d’allarme arriva dall’uso dei fanghi industriali per produrre biofertilizzanti agricoli: il bismuto potrebbe così passare dai reflui urbani direttamente ai campi coltivati e, infine, sulle nostre tavole.







