Dalla prima terapia specifica alle nuove molecole in fase avanzata di sperimentazione, si ampliano le prospettive per i pazienti. Resta fondamentale il monitoraggio del rischio di complicanze epatiche.
Dopo decenni caratterizzati da opzioni terapeutiche limitate, la lotta contro l’epatite Delta entra in una nuova fase. I progressi della ricerca stanno aprendo la strada a trattamenti innovativi per una delle forme più aggressive di epatite virale cronica, capace di evolvere rapidamente verso complicanze gravi, tra cui cirrosi, scompenso epatico ed epatocarcinoma.
Le nuove prospettive saranno al centro dell’International Delta Cure Meeting, appuntamento scientifico in programma a Milano, dove verranno presentati aggiornamenti sulle terapie disponibili e sui farmaci ancora in fase di sviluppo.
Epatite Delta, una malattia aggressiva che richiede attenzione
L’infezione da virus dell’epatite Delta (HDV) può interessare anche persone giovani e avere un decorso particolarmente rapido. Nei casi più complessi, la progressione della malattia può rendere necessario il trapianto di fegato.
A sottolineare l’importanza dei progressi terapeutici è Pietro Lampertico, direttore della Gastroenterologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Dalla scoperta del virus, avvenuta nel 1977, fino al 2023, i pazienti non hanno avuto a disposizione farmaci specificamente approvati per il trattamento dell’infezione. Oggi, invece, è possibile ricorrere a una prima terapia mirata, mentre diverse nuove molecole stanno avanzando lungo il percorso di sviluppo clinico.
Bulevirtide, il primo passo verso nuove possibilità di trattamento
Una svolta importante è rappresentata da bulevirtide, il primo trattamento specifico disponibile nella pratica clinica per l’epatite Delta cronica.
I dati di uno studio multicentrico europeo indicano risultati incoraggianti anche nei pazienti che hanno già sviluppato la cirrosi. In questa popolazione, il trattamento è stato associato a una riduzione di circa l’80% del rischio di scompenso epatico dopo tre anni di terapia.
Un risultato significativo, che rafforza il ruolo del farmaco nella gestione della malattia. La terapia, tuttavia, non elimina tutti i rischi: resta essenziale la sorveglianza per l’epatocarcinoma, poiché il pericolo di sviluppare un tumore del fegato non viene annullato dal trattamento.
Nuovi farmaci in arrivo: attenzione agli studi clinici
Un altro fronte decisivo riguarda le terapie che potrebbero diventare disponibili nei prossimi anni. Al centro del confronto scientifico ci saranno i dati relativi a tre strategie terapeutiche già in fase 3 di sperimentazione, basate su anticorpi monoclonali, utilizzati da soli oppure in combinazione con molecole dirette contro l’RNA del virus dell’epatite B.
Per il 2027 sono attesi risultati di numerosi studi registrativi, che potranno contribuire a chiarire l’efficacia e il possibile impiego clinico delle nuove opzioni.
La ricerca sta inoltre valutando approcci differenti per durata e modalità di somministrazione. Accanto ai trattamenti destinati a essere proseguiti nel lungo periodo, sono allo studio programmi terapeutici di circa 48 settimane, con l’obiettivo di verificare se sia possibile ottenere benefici anche attraverso cicli di durata più limitata.
Ulteriori prospettive arrivano dai farmaci sviluppati contro il virus dell’epatite B (HBV), dal quale l’HDV dipende per completare il proprio ciclo vitale. Intervenire sui meccanismi biologici legati a questa dipendenza potrebbe ampliare ulteriormente le strategie a disposizione dei ricercatori.
Diagnosi e monitoraggio, novità anche nei LEA
Accanto allo sviluppo dei farmaci, assume rilievo anche il miglioramento degli strumenti diagnostici e di monitoraggio. Nell’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) è stato inserito, tra le prestazioni di specialistica ambulatoriale, anche il test quantitativo dell’HDV-RNA.
L’esame consente di documentare la presenza di un’infezione attiva e di seguirne l’andamento nel tempo, fornendo informazioni utili nella gestione clinica dei pazienti.
Il quadro che emerge è quello di un settore in rapida evoluzione: dalla disponibilità di una prima terapia specifica si sta passando a un panorama di ricerca più articolato, nel quale potrebbero trovare spazio trattamenti differenti in funzione delle caratteristiche cliniche dei singoli pazienti.
Le prossime evidenze scientifiche saranno fondamentali per comprendere quali di queste strategie potranno tradursi in nuove opportunità terapeutiche e contribuire a migliorare la gestione dell’epatite Delta.
(fonte ANSA)







