A tre mesi dal termine, meno del 4% delle Case della Comunità è a pieno regime. Cartabellotta: “Rischiamo di dover restituire i fondi UE.”
ROMA – La riforma della sanità italiana viaggia a due velocità, e nessuna delle due sembra abbastanza rapida per rispettare i tempi dettati dall’Europa. L’ultimo report della Fondazione GIMBE, pubblicato il 31 marzo 2026, scatta una fotografia impietosa dello stato di attuazione della Missione Salute del PNRR. Il verdetto è chiaro: se non ci sarà un’accelerazione immediata, l’Italia rischia non solo di mancare gli obiettivi di modernizzazione, ma anche di dover restituire i contributi a fondo perduto ricevuti da Bruxelles.
Strutture “scatole vuote”: i numeri del ritardo
Il pilastro della nuova assistenza di prossimità – le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità – appare ancora lontano dalla realtà operativa immaginata dal DM 77.
-
Case della Comunità: Delle 1.715 strutture programmate, solo 66 (appena il 3,9%) sono oggi pienamente funzionanti con personale medico e infermieristico. Quasi il 40% delle sedi non ha ancora attivato nemmeno un servizio tra quelli previsti.
-
Ospedali di Comunità: Su 594 previsti, sono 163 quelli che hanno avviato almeno una prestazione, ma nessuno risulta ancora completato in ogni sua parte funzionale.
“Siamo di fronte a una missione quasi impossibile per il 30 giugno”, avverte Nino Cartabellotta, presidente di GIMBE. “Oltre al rischio economico di perdere i fondi, c’è quello sociale: completare l’incasso delle rate senza che i cittadini percepiscano alcun beneficio concreto”.
L’ostacolo digitale: il rebus del Fascicolo Sanitario
Non va meglio sul fronte della digitalizzazione. Nonostante un investimento di 1,38 miliardi di euro, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) resta un oggetto misterioso per gran parte della popolazione.
Il problema non è solo tecnico – nessuna Regione mette ancora a disposizione tutte le 20 tipologie di documenti clinici previste – ma soprattutto culturale e burocratico. Ad oggi, solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso esplicito per permettere a medici e operatori di consultare i propri dati. Una lacuna che pesa soprattutto nel Mezzogiorno, dove la digitalizzazione fatica a radicarsi.
L’unica nota positiva: le Centrali Operative
In questo scenario critico, l’unica eccezione è rappresentata dalle COT (Centrali Operative Territoriali). In questo caso il target europeo è già stato centrato: delle 657 programmate, ben 625 sono operative, garantendo il coordinamento dei servizi e la presa in carico dei pazienti tra ospedale e territorio.
Conclusioni: il rischio di nuove diseguaglianze
La preoccupazione della Fondazione GIMBE non riguarda solo la contabilità. Il timore è che i target nazionali vengano raggiunti solo grazie alle performance di alcune Regioni virtuose del Nord, lasciando indietro il resto del Paese. Invece di ridurre il divario tra i territori, il PNRR rischia paradossalmente di ampliare le diseguaglianze, creando una sanità di serie A e una di serie B proprio nel momento in cui dovrebbe unificarla.
Con la scadenza del 30 giugno 2026 alle porte e la Commissione UE che esclude proroghe, il tempo dei rinvii è ufficialmente scaduto.







