Il pioniere della vita sintetica Craig Venter ha segnato un nuovo traguardo storico riuscendo a riportare in vita un batterio “morto” attraverso il trapianto di un genoma appartenente a una specie completamente diversa. L’esperimento condotto presso il J. Craig Venter Institute (JCVI) di San Diego e pubblicato sulla piattaforma bioRxiv apre la strada alla creazione di microrganismi progettati a tavolino per scopi industriali e medici.
Fino ad oggi la scienza era riuscita a modificare i batteri solo utilizzando DNA della stessa specie o di specie estremamente simili ma questo nuovo approccio rompe i confini biologici naturali trasformando il microrganismo in una sorta di guscio pronto a ospitare istruzioni genetiche aliene.
La tecnica delle “Cellule Zombie”
Il termine “zombie” non è solo suggestivo ma descrive un preciso stato biologico ottenuto dai ricercatori attraverso passaggi bioingegneristici complessi:
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Inattivazione: I batteri vengono modificati geneticamente per impedire loro di riprodursi rendendoli di fatto biologicamente morti e destinati a scomparire.
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Sostituzione del Genoma: Il DNA originale viene rimosso e sostituito con un genoma sintetico progettato al computer appartenente a un’altra specie.
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Rianimazione: Una volta inserito il nuovo DNA il batterio riprende le funzioni vitali seguendo esclusivamente le “istruzioni” della nuova specie dimostrando che il software genetico può operare correttamente anche in un hardware cellulare differente.
Verso le fabbriche biologiche del futuro
Perché creare batteri zombie? La scommessa dei ricercatori non è solo accademica ma punta a rivoluzionare diversi settori produttivi:
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Fabbriche di farmaci: Progettare batteri che producono molecole complesse come insulina o antibiotici di nuova generazione con un’efficienza impossibile per gli organismi naturali.
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Biocarburanti: Creare microrganismi specializzati nel convertire scarti organici o anidride carbonica in combustibili puliti.
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Intelligenza Artificiale: Utilizzare questi batteri come banchi di prova per testare genomi interamente disegnati dall’IA verificandone la funzionalità nel mondo reale.
Un percorso lungo 15 anni
Questo risultato è l’evoluzione della ricerca iniziata nel 2010 quando lo stesso Venter ottenne la prima cellula sintetica chiamata Synthia. Se allora il trapianto era avvenuto tra specie molto simili (da Mycoplasma mycoides a Mycoplasma capricolum) oggi la tecnica è diventata un metodo affidabile per verificare se un DNA sintetico sia effettivamente attivo indipendentemente dalla cellula ospite.
Come spiega la biologa Zumra Peksaglam Seidel l’obiettivo ora è estendere questa tecnica ad altre specie batteriche rendendo la biologia sintetica uno strumento flessibile e universale.
(fonte Ansa)







